MAURITANIA PAZZA MAURITANIA

Superata la dogana oltrepassiamo i binari del vecchio treno minerario, composto da decine se non centinaia di vagoni, che trasporta dalle cave nel deserto a Noadhibou le poche risorse della zona. Qui ci si para davanti nuovamente un posto di blocco composto da un militare, col viso totalmente travisato da un turbante, e da un gendarme in borghese che si interessa più di eventuali regali da parte nostra che dei passaporti.
Il sole sta scendendo tra le dune e come da tradizione “hi-fi” arriviamo in città col buio più completo; buio si, perché come anche in alcuni paesini del marocco le uniche luci nella città sono quelle fioche dei negozi o quelle delle macchine…e a Noadhibou ce ne sono davvero tante. Il traffico locale non é immaginabile da chi ha una concezione occidentale della viabilità, nemmeno il peggior rione di Napoli é paragonabile. Esistono due carreggiate separate da un rudimentale spartitraffico di pietre grezze, ma i sensi di marcia sono a discrezione del guidatore; su entrambe si snodano ingorghi di veicoli che procedono in direzioni opposte, talvolta una rotonda a complicare maggiormente le cose.
La cosa migliore é cercare un posto “sicuro” e domani ambientarsi con la luce. Troviamo un grazioso residence con cucina e bagno privato, TV satellitare e “tutte cose”. Il prezzo é 2000 ouguiya o oubaluba o ohibuya o hulabula o guglie o angurie insomma la valuta locale; scopriremo la mattina che i mauritani, probabilmente in buona fede, confondono il numero “2” deux con il numero “10” dix, indipercui il prezzo della stanza era la bellezza di 10000 ugugli o intrugli o ouguyi ovvero 27 neuri più il parcheggio che la sera prima era rimasto fuori dalla trattativa, e per gli standard africani é davvero tanto.
Il mattino dopo sotto un sole cocente ci avventuriamo nel centro città alla ricerca di un cambio: un giovane del posto ci aiuta nell’ardua ricerca; la maggior parte delle banche non effettua il cambio, e nell’unica in cui pare possibile, dopo averci assicurato che c’era uno sportello per il cambio e dopo aver aspettato una buona mezz’ora, ci comunicano che l’addetto é malato e non é possibile effettuare il cambio.
Con la mosca al naso, sia metaforicamente sia nel vero senso della parola, ci facciamo indirizzare nei luoghi in cui si effettua il cambio di valuta del mercato nero, anche questo nel vero senso della parola! Vagliamo svariate ipotesi finché accettiamo l’offerta di un camiciaio che ci offre una cifra piuttosto buona per i nostri 50 euro.
Qui é veramente Africa con la A maiuscola; capre e vacche malconcie girovagano smonnezzando tra cumuli di rifiuti, i negozi di alimentari sembrano ben curati nell’aspetto con le mercanzie ordinate minuziosamente in scala cromatica, i marciapiedi sono fatti di sabbia e conchiglie misti e rifiuti indefinibili.  Molti sono i carretti trainati da poveri asini sofferenti per il traffico di mercedes e pegeout e per le frustate del sonnolento cocchiere. La composizione degli abitanti é variegata: si va dal nero senegalese, al mauritano quasi nero ma con tratti nordafricani, fino ad arrivare al berbero chiaro di carnagione. Le donne rispetto al marocco sembrano leggermente più emancipate nonostante la Mauritania sia una repubblica islamica; probabilmente ai nostri occhi abituati a veli e lunghe tuniche le spalle scoperte risaltano di più, e le donne di qui sono davvero belle. Negozi di scrivani si alternano a rudimentali artigiani e ben poco igienici macellai che espongono grossi pezzi di carne su suzzi tavolacci frequentati da mosche e altri insetti molto interessanti dal punto di vista biologico, ma meno da quello alimentare. Ci fermiamo in un baretto con il tetto di lamiera che dall’esterno sembrava uno dei più meritevoli di fiducia. E’ totalmente vuoto, sia ai tavoli che nella dispensa; quello che ordiniamo, due bibite e un the, arrivano parecchi minuti dopo da fuori, aquistati dal figlio del gestore in un minimarket. Posti per mangiare pare non essercene e forse il vecchio di Cinisello di rientro a piedi dalla Mauritania incontrato alla dogana marocchina non aveva tutti i torti quando con marcato accento milanese ci disse che non aveva mai mangiato così male come in Mauritania, e in generale che cazzo ci andassimo a fare. Ci accontentiamo di una baguette dalla strana consistenza spumosa, ma da un buon gusto spalmata di crema al cioccolato. La nostra giornata si consuma tra una via e l’altra e prima di sera siamo nel nostro residence; una pasta, un film collegando il nostro tecnologico hard disk alla televisione e nanna.
Sventolando i nostri biglietti d’ingresso per il Parco d’Arguin ci dirigiamo di buon’ ora verso il 20° parallelo certi di vedere chissà quali animali migratori; la sorpresa giunge dopo 250 chilometri, alle porte del parco nazionale dove dune enormi ci separano dalla costa per un centinaio di chilometri. Delusi, un po’ amareggiati dato che l’ufficiale del parco nazionale ci aveva assicurato che la strada era agibile e non che non esisteva affatto, ci facciamo una bella foto con l’autoscatto e con il sole che tramonta a sinistra, cosa insolita per le ultima settimane, ci dirigiamo nuovamente verso Noadhibou. Pernottiamo in una specie di campeggio gestito da un simpatico, forse l’unico, mauritano e la mattina siamo di nuovo in dogana a sbrigare tutte le formalità. Siamo carichi, siamo contenti di tornare in Marocco, con i suoi problemi, i suoi pedanti cittadini ma, a differenza della Mauritania, mai deludente da nessun punto di vista, salvo lo smaltimento rifiuti. Ci si para davanti di nuovo il deserto grezzo, come lo chiamo io; fiduciosi di riuscire ad arrivare dall’altra parte, vuoi l’esperienza acquisita qualche giorno prima, vuoi la visione del video africano dei Tomahawk, ci lanciamo su una pseudo-pista incagliandoci pochi metri dopo. Pala e cuore in mano  come dice Leone e giù a scavare, sabbia dappertutto: orecchie, bocca, naso, bocca, genitali, chiappe, ma purtroppo pure sotto e attorno alle cazzo di ruote di Rodrigo. Abbiamo un asse sul tetto che non volevamo nemmeno portare e soprattutto speravo di non voler mai usare; é lei che ci salva, retromarcia e via a scrutare l’orizzonte sperando di individuare il percorso degli altri mezzi. Ci riusciamo. Siamo di nuovo in Marocco. Cazzo ci si sente come a casa, ma l’Africa vera é bella, l’assaggio é stato utile a far capire molte cose difficili da spiegare se non le si ha viste.

FONCA 

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